Tra i comunicati più belli del mondo, va senz'altro inserito questo, che ieri ha fatto impazzire la Rete.
Rispondere ad un attacco con decoro istituzionale e ironia, trasformando una critica maldestra in un assist.
(foto flickr/Sunshinecity)
giovedì 5 gennaio 2012
I cinguettii della Cgil
A proposito del post precedente, #twitternonèunufficiostampa, vedi l'uso che l'ufficio stampa della Cgil ha fatto del proprio profilo Twitter nei giorni scorsi, annunciando con una serie di tweet le richieste che avrebbe avanzato al governo.
Siti, agenzie e quotidiani hanno immediatamente ripreso i cinguettii rilanciando la notizia con grande clamore.
(Foto da Flickr, creative commons, sybarite48)
Siti, agenzie e quotidiani hanno immediatamente ripreso i cinguettii rilanciando la notizia con grande clamore.
(Foto da Flickr, creative commons, sybarite48)
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mercoledì 21 dicembre 2011
#twitternonèunufficiostampa
«Due no-no su TW. (1) Farselo curare dall'ufficio-stampa (2) Usarlo come un ufficio-stampa. Siete d'accordo?»
Lo ha scritto Beppe Severgnini su Twitter, aprendo un interessante dibattito, finalizzato alla pubblicazione di questo articolo sul Corriere della Sera, dal titolo un po' fuorviante rispetto al tema: "Perché gli errori su Twitter fanno parte del gioco". Con un occhiello che spiega: "Meglio un piccolo scivolone ortografico che perdere la genuinità".
La tesi di Severgnini, confortata dalle risposte ricevute dai tanti followers, è sintetizzata in questo hastag comparso proprio su Twitter: #twitternonèunufficiostampa. "Non è per purismo", scrive il giornalista. E' l'essenza del mezzo che non consente intermediazioni".
"Gli uffici-stampa hanno già molti mezzi a disposizione: dai comunicati alla tivù, dalle email a Facebook. Lascino in pace Twitter e chi lo frequenta. Se la posizione - il ruolo in un'organizzazione, per esempio - impedisce di esprimere opinioni personali, benissimo: non le si esprima. Twitter non è un obbligo o una prescrizione medica, se ne può fare a meno".
In linea di principio sarei d'accordo con Severgnini. Come e forse ancora più degli altri social network, Twitter ha uno 'stile' proprio (che risponde ad una determinata filosofia o spirito dei tempi), personale e "genuino", che non sopporta "intermediazioni", ma supervisioni sì, questo è il punto.
Rovesciando la questione di Severgnini, dal punto di vista del nostro mestiere: può un ufficio stampa ignorare (=non supervisionare) la presenza del proprio capo su Twitter? può ignorare il fatto che Twitter è il luogo oggi più frequentato da 'quelli che contano' (vale a dire, per un ufficio stampa, i giornalisti, gli opinion maker)? La mia risposta è un doppio no.
A Severgnini avevo scritto: "Come ufficio stampa posso scegliere di far dare una notizia al mio boss tramite tw". Qualche giorno dopo, intercetto quest'affermazione clamorosa di Dario Di Vico, vicedirettore del Corriere della Sera: "Io ho sostituito le agenzie con Twitter". Se i giornalisti utilizzano questo strumento come fonte di informazione, sono obbligato come ufficio stampa a farlo anch'io, o quanto meno a pormi in questa stessa ottica. Certo senza snaturare lo stile di presenza su tw: "genuino", ma non ingenuo. Gli errori ortografici, per dirla con Severgnini, possono essere tollerati. Le castronerie no.
Lo ha scritto Beppe Severgnini su Twitter, aprendo un interessante dibattito, finalizzato alla pubblicazione di questo articolo sul Corriere della Sera, dal titolo un po' fuorviante rispetto al tema: "Perché gli errori su Twitter fanno parte del gioco". Con un occhiello che spiega: "Meglio un piccolo scivolone ortografico che perdere la genuinità".
La tesi di Severgnini, confortata dalle risposte ricevute dai tanti followers, è sintetizzata in questo hastag comparso proprio su Twitter: #twitternonèunufficiostampa. "Non è per purismo", scrive il giornalista. E' l'essenza del mezzo che non consente intermediazioni".
"Gli uffici-stampa hanno già molti mezzi a disposizione: dai comunicati alla tivù, dalle email a Facebook. Lascino in pace Twitter e chi lo frequenta. Se la posizione - il ruolo in un'organizzazione, per esempio - impedisce di esprimere opinioni personali, benissimo: non le si esprima. Twitter non è un obbligo o una prescrizione medica, se ne può fare a meno".
In linea di principio sarei d'accordo con Severgnini. Come e forse ancora più degli altri social network, Twitter ha uno 'stile' proprio (che risponde ad una determinata filosofia o spirito dei tempi), personale e "genuino", che non sopporta "intermediazioni", ma supervisioni sì, questo è il punto.
Rovesciando la questione di Severgnini, dal punto di vista del nostro mestiere: può un ufficio stampa ignorare (=non supervisionare) la presenza del proprio capo su Twitter? può ignorare il fatto che Twitter è il luogo oggi più frequentato da 'quelli che contano' (vale a dire, per un ufficio stampa, i giornalisti, gli opinion maker)? La mia risposta è un doppio no.
A Severgnini avevo scritto: "Come ufficio stampa posso scegliere di far dare una notizia al mio boss tramite tw". Qualche giorno dopo, intercetto quest'affermazione clamorosa di Dario Di Vico, vicedirettore del Corriere della Sera: "Io ho sostituito le agenzie con Twitter". Se i giornalisti utilizzano questo strumento come fonte di informazione, sono obbligato come ufficio stampa a farlo anch'io, o quanto meno a pormi in questa stessa ottica. Certo senza snaturare lo stile di presenza su tw: "genuino", ma non ingenuo. Gli errori ortografici, per dirla con Severgnini, possono essere tollerati. Le castronerie no.
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Ubicazione:
Roma, Italia
lunedì 24 ottobre 2011
Bugie
Della pessima fama dei comunicati stampa.
"Esistono cinque categorie di bugie; la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale"
(George Bernard Show)
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lunedì 26 settembre 2011
Mi sta bene
"La libertà di stampa mi sta bene se è libertà dalla stampa"
Mi imbatto per caso in questa geniale e corrosiva battuta di Carmelo Bene. La libertà di stampa è un valore fondamentale: al netto della retorica, della boria professionale, dei furori ideologici, degli interessi commerciali, dei limiti insomma di modello di racconto e interpretazione condannato a restare spesso, quando va bene, sulla superficie della realtà.
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venerdì 23 settembre 2011
Lavori usuranti
martedì 12 luglio 2011
Inquinamento da email

Che le email vadano usate con parsimonia, nel rapporto tra addetti stampa e giornalisti, è cosa ormai risaputa. O almeno dovrebbe esserlo. La facilità d'invio di una email, rispetto al vecchio fax, tende infatti a produrre un eccesso di comunicazioni, spesso inutili e sicuramente invasive.
Si parla a tal proposito di "inquinamento comunicativo" e si predispongono liste, consigli e comandamenti per la "netiquette", la buona educazione in rete.
La notizia di oggi è che questo inquinamento non è solo virtuale o metaforico, ma concreto e reale. "Otto mail inquinano di CO2 come auto che percorre 1 Km", titola un articolo sulla pagina di Repubblica.it dedicata alla tecnologia.
"Stando all'ultima indagine dell'Agenzia per l'ambiente e il controllo energetico francese (Ademe), un impiegato produce oltre 13 tonnellate di anidride carbonica all'anno. Ogni messaggio di posta elettronica equivale a 19 grammi di anidride carbonica".
E il calcolo non riguarda l'eventuale stampa del messaggio di posta elettronico - dunque il consumo di carta, ma la "quantità di elettricità" consumata ad ogni passaggio di mail da un server all'altro.
Il quotidiano francese che pubblica lo studio ricorda che "sono 250 miliardi le email inviate in media ogni giorno nel mondo, di cui l'80 per cento sono spam, ossia messaggi di posta indesiderata. Nel 2013 l'Ademe stima che si potrà persino sorpassare la cifra di 500 miliardi di messaggi di posta quotidiani".
Insomma, prima di inviare una emal, mettetevi il mouse sulla coscienza.

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